martedì 17 luglio 2012

ANOMALIE - pensieri reali di persone finte

E ti osservano,
li senti tutti i loro pensieri,
come topi di fogna che escono dalle grate dei loro cervelli malati,
te li mettono addosso, come vestire un morto;
E mentre passi, occhi che ti scrutano,
ti scansionano come fosse una tac,
 e tu sei il malato terminale, vogliono solo scoprire dove
hai il tuo cancro, poi, felici ne parlano fra loro,
e ad ogni "povero" oppure "mi spiace"
sputano il sangue di altre vittime,
sono quelli che, in chiesa,
a mani giunte pregano Dio, tenendo in tasca ancora i proiettili che,
in nome della loro giustizia, spareranno a breve,
a bruciapelo, senza pietà.
Mani intrise di sangue,
quello di vittime colpevoli solo della loro diversità,
bersagli immobili in un passaggio del tempo,
l'unico reato il sorriso, la voglia di vivere la fonte della gelosia,
un colpo solo, sulla bocca, per spegnere il sorriso,
per cancellare quella fottuta voglia di essere, solo per una volta almeno, uguali al resto di queste mummie di sale;
Ma poi, uguali per che cosa,
per invidiare la vita?
Per un sorriso che, solo prendendo il tetano riescono a farsi venire,
no grazie, resto bersaglio, aspetto il mio proiettile ma con il sorriso, e non fuggo ma combatto, e quando sarà,
da ogni goccia del mio sangue nascerà un nuovo sorriso, e così per tutti gli altri, diversi o forse reali in un mondo di apparenza,
a combattere con le fionde contro i fucili,
vivi fino all'ultimo, eterni nel cuore di chi ci ama.
(Lu)

mercoledì 11 luglio 2012

VITA - racconto semplice iniziato con una frase

Che diavolo ci faccio qui? Io non appartengo a questo posto,
dissi, fra me e me, guardando oltre la vetrina sporca di fumo e di polvere del vecchio fast food;
L'uomo seduto di fronte mi fissò, il suo viso, barba lunga, capelli raccolti in un improbabile codino,
orecchini e occhiali, si mise a ridere, uno di quei sorrisi che, che gli tireresti addosso il bicchiere e tutto il tavolo;
Ma cosa diavolo vuole da me? che ha da ridere poi, non si vede forse? seduto su quella stupida sedia a rotelle,
allungò una mano, indicandomi, e mi chiese se poteva dirmi una parola, più per pena che per educazione gli dissi "certo", in realtà pensavo a oceani di cazzi miei,
iniziò ed io, con un sospiro gli sorrisi che più pateticamente non si poteva;
Nessuno di noi, disse, appartiene a questo posto, la realtà è che siamo noi a creare il posto a cui apparteniamo, siamo anime gettate a caso, come carta dal finestrino di un'auto in corsa, finiamo a terra, a volte calpestati da altre auto, a volte nel ciglio della strada spazzati via da solerti spazzini, o bagnati da temporali estivi, un minuto e poi di nuovo il caldo sole, nessuno di noi sa dove cadrà, ma ognuno di noi sa che quello è il luogo che farà suo.
Siamo come questo cibo, disse indicando un panino mezzo morsicato ed un piatto di patatine, consumato fra mille pensieri, gettato a diventare povero nutrimento per il corpo ed infine come ringraziamento, diventare escrementi; Anche io sai, continuava mentre io sentivo la bile prendere il sopravvento sulla pazienza, avevo la tua irruenza, mi sentivo gettato in un buco, come uno scarafaggio in una fogna, mi sentivo stanco e diverso, quante volte ho detto basta, quante volte ho pregato Dio, se c'è un Dio, di farmi smettere di respirare, mi sentivo un lobotomizzato fra un milione di laureati, un gatto in un canile, ma non ho mai smesso, dentro di me, di cercare la strada ed il sogno, fissavo una meta, la raggiungevo e mi voltavo indietro, quanta strada, e mi chiedevo fino a dove sarei potuto arrivare e continuavo ad andare avanti, prendendo pugni e calci in bocca, quanto sangue ho sputato, quante volte era più il dolore all'anima che quello alle mie ossa ma non ho mai rinunciato, e lo sai perchè? Mi disse, feci un sussulto, non lo stavo quasi ascoltando, un'altro dei soliti idioti che cercano cinque minuti di "amico a cui dare lezioni di vita", uffa pensai .... e risposi fra le labbra "perchè"?? Lui mi guardò e mi disse "perchè il sogno non è la meta ma la via per raggiungerla" ... Oddio uno pseudo-patetico-maestro-zen ma che ho fatto di male per meritare questo incontro oggi?
E pensando queste cose, mi alzai, salutai con un sorriso finto come la collana d'oro al collo del camionista di fianco e finalmente andai via, potevo di nuovo perdermi nei miei pensieri, nei miei momenti di nero, di foschia mattutina, camminai lungo il marciapiede e mi voltai incuriosita per vedere dalla vetrina che cavolo stesse facendo, chi era la sua nuova "vittima" ma, fra lo sporco dei vetri lo vidi sorridere da solo, guardava il bicchiere della cola, vuoto e rideva, che cazzo avrà da ridere pensavo fra me e mi resi conto che mi incuriosiva quel pazzo, quell'ominide bloccato su una sedia a rotelle, tanto che, non so per quale motivo tornai indietro qualche passo,  e qualche altro ancora, fino a quando mi ritrovai con la fronte ad un millimetro dai vetri unti del locale;
Si voltò e mi fissò, prese un tovagliolo di carta, estrasse una penna dalla sua borsa scrisse qualcosa e me lo mostrò .... "lo sapevo" scrisse, lo guardai scuotendo la testa, "cavolo dice, che vuole sto idiota"? E, alterata come non mai, rientrai nel fast food, sbattei la porta e la mia borsa sul suo tavolino, nessuno si girò, sembrava la scena di un film muto girata di notte .... "che vuoi eh? Che vuoi da me"? Gli urlai, imprecando;
Non si scompose e la cosa mi fece andare in bestia, si limitò ad osservarmi e sorrise, di nuovo quel fottuto sorriso da idiota .... pensai ... con la voglia di mollargli uno schiaffo.
Lo sapevo mi disse, che saresti tornata indietro, e so anche che mi colpiresti ora, perchè il sorriso, il vedere la serenità in un volto ti da fastidio, ma tu, vedi tu, sei parte di questo progetto, tu stai creando il tuo spazio e lo devi fare scavando a mani nude nella ghiaia e fa male, brucia, il dolore diventa forte, a volte insopportabile e vorresti sparire ma, tu ti vedi come il mondo vuole vederti, ma in realtà il mondo non ti vede, si limita a sentirti respirare e quindi non serve che ti disperi, sei una bella persona, sei in grado di trasformare la tua rabbia in arte, il tuo dolore in versi, non sei diversa da noi, hai solo più dolore, amplificato dall'età come fosse la voce in un microfono ad un concerto, più si è in uno spazio grande tanto più serve amplificare ma, mi disse, se non misceli bene le sonorità fra voce e strumenti ne viene fuori solo rumore, bisogna avere un buon tecnico audio per sentirsi e far si che il pubblico ci senta ... Cavolo, lo stavo ascoltando, stavo ascoltando i deliri di un pazzo ...
Così nella vita, hai la forza della tua età, hai la bellezza interiore ed esteriore e sei molto intelligente, hai anche un buon tecnico del suono a casa... Anche se è ammetterlo non è facile, dai retta a me, ora pensa un minuto,
poi riprendi la via e guarda il tuo domani con gli occhi di oggi e la saggezza acquisita da ieri, ascolta il mondo, se vuoi che il mondo ti ascolti, urla senza emettere suono, vedrai che la gente si volterà per  cercare di capire ciò che stai dicendo, apri le ali e osserva i tuoi colori, non sei più un bruco, sei farfalla adesso, vola.
E mentre ascoltavo le sue parole che ancora giravano fra i miei pensieri, lui andò via, lasciandomi un foglio di carta stropicciato con su scritto " se ti servirà parlare, cercami qui, ci sarò sempre" ... ripresi la strada di casa, e ....
(Lu)

martedì 3 luglio 2012

FANTASMI - storia di un Amore perduto


Osservo attraverso vetri appannati dal troppo caldo che emana la stufa
il gioco del vento fra i rami spogli
come impaurite mani a graffiare il cielo,
facendolo sanguinare bagnandosi delle sue lacrime che,
copiose cadono a terra e battono sul vetro,
ticchettio regolare come il battito delle mani sui tasti del pianoforte,
nervosamente attendo, si ma cosa?
Che squilli un telefono o forse che suoni il campanello,
intanto non smette la pioggia e non smettono le mie dita,
risonanza di rumori, il mio cervello non ce la fa più,
fugge da questo oblio e si rifugia in un vecchio disco consumato dalla puntina e dal tempo,
gracchianti note di blues escono dai vecchi altoparlanti,
verso nel bicchiere ciò che resta della bottiglia, mi accendo una sigaretta la prima mi dico,
ovviamente dopo l’ultima di dieci minuti fa;
E cerco fra i ritagli di giornale fra i fotogrammi del mio passato il tuo volto,
senza trovarlo se non voltato, vedo solo i tuoi lunghi capelli neri,
impreco, picchiando ora con forza sui tasti del pianoforte,
distorcendo il triste ma melodioso suono,
e mi accorgo d’aver il viso bagnato, solcato da lacrime amare come fiele,
e mi passo una mano fra i capelli, disperato, vorrei, si ma cosa, vorrei vederti, toccarti,
vorrei fare l’amore con te e non con la tua ombra, vorrei si,
che tu mi fossi ora vicina e mi consolassi del male che ti ho fatto,
vorrei ricominciare, ma …
Come si costruisce una fine, se neppure si è certi di come si è iniziato?
 (Lu)

mercoledì 27 giugno 2012

RACCONTO - storia di una sera d'estate


E ci fermammo, quella sera, davanti alle ultime luci del giorno
su quella strada in collina, quella in cui sorridevamo
chiedendoci l’un l’altro dove mai fossi arrivato a guidare;
La notte, silenziosa stava coprendo il mondo
del suo nero manto, mentre poco lontano danza di luce
le lucciole giocavano fra i rami degli arbusti, a volte,
curiose, ad osservarci dal vetro, ora, ad ascoltarci dal finestrino aperto.
Tenevo la tua mano, sentivo il mondo,
Baciai le tue labbra, e ti tenni stretta, fra i tuoi capelli ed il tempo,
lì si giocava il nostro gioco,
ogni tanto i fari di un’auto ci illuminavano,
illuminavano la vita, ed io, ti osservavo,
occhi che brillavano fra ciocche di capelli sul viso
e fu in quell’attimo che ti svelai il segreto,
quello per cui da tempo conservavo le mie lacrime, e le mischiai alle tue,
sentivo il tuo dolore, la tua rabbia,
nell’accarezzare i miei capelli,
ma non potevo, ti dissi, che non avrei potuto mentirti,
mi stavo di te innamorando, bugia, lo ero già;
Ed ora qui, nel buio della mia stanza, il tuo profumo sulla pelle,
il tuo dolore ancora nei miei occhi,
io, pugni chiusi alle tempie, disperato ma sereno, non ti avrei mentito a lungo,
non l’avrei voluto se tu, di me, ti fossi mai innamorata.
Ed ora sono qui, nel mio angolo buio, rannicchiato all’angolo,
come un pugile ferito, picchiato e che aspetta solo il conteggio;
e lo aspetterò, avrò pazienza, nel dolore, fra i solchi delle ferite coltiverò la speranza,
e se non darà frutto, giocherò con la disperazione,
e guarderò il buio di una notte qualunque,
cercando il tuo viso, il tuo sorriso,
sperando che un bagliore illumini ancora i tuoi occhi,
nascosti fra i lunghi capelli sul tuo viso,
e sempre ti Amerò, perché, tu,
mi hai fatto rivedere la luce, portandomi fuori dal mio angolo buio,
hai lenito le mie ferite con il sapore dei tuoi baci,
e mi hai illuminato il cielo, con il tuo sguardo.
(Lu)


sabato 16 giugno 2012

E TI CHIEDO ...


Aprimi o vita le braccia tue poderose,
insegnami ancora, come fossi un bambino,
a camminare sul tuo prato di stelle d'argento
mostrami il cammino fino all'arcobaleno,
rendimi cieco all'odio, fedele all'Amore,
insegnami il rispetto, guidami fuori dagli errori,
fammi capire dove non cadere,
portami con te fino alla fine,
fino al tramonto dei giorni,
fino all'inizio del cielo,
usami come pennello per dipingere un angolo del tuo quadro
usami come penna per scrivere un verso del tuo poema,
fai di me un sasso per lastricare il cammino di altri,
perchè non possano farsi male,
dissetami alla tua fonte, acqua limpida e fresca
dammi forza ed orgoglio,
donami umiltà, perchè io possa non sentirmi mai più in alto
di un mio fratello,
e quando alla sera, mi mostrerai il giorno trascorso,
io potrò esser felice del mio lavoro, del tuo insegnamento,
fai di me un ricordo in un sorriso,
un sorriso in una lacrima,
una lacrima di gioia sul viso di chi vuol vivere,
la gioia di un ricordo che resterà nel tempo,
granello di sabbia trasportato nel vento,
vento fra le fronde, canto di pace,
colore di un giorno, in un angolo della tua tela.
(Lu)